Picologo dello sport e fisioterapista hanno parlato degli infortuni del runner

Correre è un piacere o un dovere? Quando si generano “dipendenza e infortuni”? A queste domande hanno provato a rispondere Marcello Zoni, psicologo sportivo e Fabio Cappabianca, fisioterapista.

Si è parlato, infatti, di aspetti psicologici nella vita del runner e di prevenzione degli infortuni, ieri sera al centro Sant’Elisabetta (Campus Universitario), uno degli incontri al centro del più ampio programma organizzato da Cus Parma in preparazione alla Crédit Agricole Cariparma Running; nel ruolo di moderatore è intervenuto Luigi Passerini, segretario generale Cus Parma.

Sono partito analizzando i numeri che riguardano i runner in Italia- ha spiegato Zoni -  e ho cercato di analizzare il perché scattano certi meccanismi. Ci si innamora di questo sport talmente tanto che si finisce per esserne dipendente. La dipendenza provoca stress e lo stress genera infortuni. Succede spessissimo, ma per fortuna ci sono diversi campanelli d’allarme che aiutano gli sportivi e i terapisti a intervenire”.

I numeri: secondo una ricerca di Brooks gli italiani che corrono almeno una volta a settimana sono 6 milioni di questi il 55% è un uomo e il 45% è donna. La gara più frequentata è la mezza maratona (75%) seguita dalla 5 e dalla 10 Km. Uno su due ha concluso una maratona.

L’età media dei runner italiani va dai 39 per le donne ai 43 per gli uomini. Fra le motivazioni che spingono a correre il 77% dichiara di farlo per stare in forma il 76% per salute il 61% per divertimento.

I meccanismi fisico-mentali innescati da questo tipo di attività fisica sono stati ampiamente sondati, come è noto aumenta la produzione ormonale per prepararci allo sforzo e dopo l’attività le endorfine danno un benessere elevato, del tutto simile a quello provocato da alcune droghe.

Si è già parlato più volte del runner’s high, lo sballo del podista e fin qui niente di male, solo che spesso succede che si inneschino meccanismi pericolosi: ci sentiamo potenti per aver portato a termine un compito, sentiamo che ce l’abbiamo fatta, proviamo l’esigenza di aumentare l’attività proprio perché ci fa stare bene e se non ci riusciamo diventiamo irritabili, i nervosi, di malumore: questi sono campanelli d’allarme. E ciò succede soprattutto e sempre più frequentemente fra i master e chi si avvicina alla corsa in età adulta. È una dipendenza che a livello psicologico dà gli stessi disagi di altre dipendenze”.

In sostanza diventa impossibile resistere all’impulso di correre, è un pensiero costante che prende il sopravvento su tutte le altre attività, aumentano i tempi o i km percorsi perché non basta più ciò che poco prima ci faceva stare bene, nonostante ci sia un sovraccarico fisico si insiste a fare attività (e qui si generano gli infortuni), fino ad arrivare alla perdita del controllo, all’interferenza nella vita sociale e lavorativa, all’aumento di disturbi alimentari.

In definitiva per capire a che punto siamo bisogna farsi la domanda: è un piacere o un dovere? Perché se è un dovere sicuramente si genera ansia, stress e alla fine infortuni”.

Tra i consigli di Zoni: “prima di tutto ascoltare il proprio corpo che ci dà sempre segnali e alleggerire con attività più rilassanti come lo yoga e la meditazione per cercare di ritrovare il proprio equilibrio”.

Per Fabio Cappabianca, che di lesioni muscolari e problemi alle articolazioni ne vede continuamente, “prevenire è meglio che curare. Perché è vero che il 75%degli infortuni si recupera ma il 25% sono permanenti e per il 50% di questi non c’è nessun tipo di soluzione. Il 36% degli infortuni sono recidive, dunque non bisogna assolutamente sottovalutarli”.

Per fare una buona attività di prevenzione è necessario dedicarsi non solo alla corsa ma a esercizi di coordinazione, equilibrio e soprattutto al potenziamento del core. Cappabianca ha poi sottolineato l’importanza dell’abbigliamento utilizzato per fare sport, in particolare le scarpe.

In generale ha sconsigliato il ‘fai da te’: “quando l’allenamento e l’attrezzatura sono inadeguati, non c’è gradualità nell’allenamento, si sottovaluta l’aspetto della nutrizione e anche i segnali che ci manda il nostro corpo l’infortunio è dietro l’angolo – ha concluso Cappabianca”.

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